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Le rubriche di Toscana in Diretta - Ho perso il filo

Favole e racconti: fra prequel e sequel non esiste più la fine della storia

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Stretta è la soglia, larga è la via, dite la vostra che ho detto la mia

È con questa frase che, nel C’era una volta di tanto tempo fa finivano le favole, e dopo il punto, si scriveva Fine.
Ricordo che questa parola da piccola mi suscitava una sensazione molto particolare, mi dava sicurezza, un contenimento. La parola Fine riusciva a rassicurarmi, certo, mi dispiaceva che l’avventura fosse finita, ma quelle quattro lettere mi dicevano anche: va tutto bene, la storia e i suoi personaggi sono al sicuro adesso, e se vuoi rivivere queste emozioni ti basterà aprire ancora la prima pagina e troverai tutto esattamente così come lo hai lasciato.

Oggi tutto questo si è perso. Non esiste più la fine, c’è sempre un prequel e un numero illimitato di sequel. Perdendo in questo modo il valore profondissimo della conclusione, del limite, del contenimento. Inizio e fine sono due luoghi fondamentali. Fondamentali per la crescita a ogni età, da 0 a 99 come si legge sulle scatole dei giochi da tavolo (che comunque, finiscono). Il concetto di limite non preclude, tutt’altro: consente di delimitare, determinare, contenere e offre anche l’opportunità di essere valicato o spostato ma consapevolmente. La fine offre al contenuto la magia dell’infinito: una storia raccontata all’infinito si sublima e resta impressa nelle nostre emozioni.

Si cristallizza. I personaggi si vivificano nel nostro immaginario, sempre uguali a sé stessi; eppure, colorati delle sfaccettature con cui noi li dipingiamo ogni volta. Le “serie”, i sequel, i prequel tolgono magia: siamo abituati a una società che spiega, che ragiona, che cerca causa ed effetto, che giudica, che fa dietrologia, una società che non sa più sognare, che deve rendere tangibile il mito per poterlo riconoscere. Ci si veste da Babbo Natale per poter fingere di crederci, perché ormai non si crede più in niente, ed è per questo che si offre ai bambini una versione becera e filtrata del mito: come a dire io non ci credo, ma per fartelo credere almeno un po’ questa è l’unica forma in acrilico di cui sono capace. I nostri sogni sono in acrilico, chi sogna è un perdente e la fantasia è una scarpa bucata. Abbiamo troppa paura di perderci nella potenza della magia. Se si credesse davvero, ciecamente e fieramente nell’immaginario forse saremmo di nuovo capaci di raccontarle noi le favole senza l’aiuto di Alexa, forse regaleremmo davvero sogni, forse custodiremmo sul serio generazioni migliori, proprio perché i sognatori non sono persone prive di contesto, sono coloro che dal contesto riescono ad avere una visione che va oltre e che consegna il migliore dei futuri possibili.

Dentro una favola il protagonista resterà eterno, sempre uguale a sé stesso e dunque immortale, senza età, senza storia, senza inizio e senza fine, tutto per sempre in medias res. I personaggi perdono di valore semantico se li connotiamo troppo e si perde quella magia che solo noi possiamo offrirgli grazie alla nostra immaginazione. Winnie the Pooh aspetterà per sempre i suoi amici nel Bosco dei Cento Acri, Topolino sarà sempre fidanzato con Minnie, Dumbo inciamperà ancora teneramente nelle sue lunghe orecchie, Il Gatto con gli Stivali, Cenerentola… tutti loro custodiscono il nostro cuore, la nostra vera essenza proprio perché sono protetti dalla parola Fine, in salvo da quello che il mondo esterno ruba, al sicuro dalle storture culturali e politiche, dalle mode e dalle ipocrisie.

Tra C’era una volta e Fine ritroviamo noi stessi, riviviamo i noi bambini per sempre e infinitamente.

È questa la potenza delle favole. Ogni volta è la prima volta fino a conoscerle a memoria, fino a farne poesia, fino a renderle eterne. Fino, alla… Fine.

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