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Le rubriche di Toscana in Diretta - Ho perso il filo

La violenza sulle donne vive fra la cattiva educazione e la mentalità retrograda

Improprio usare il termine 'lotta'. C'è bisogno di buona educazione all’ascolto e all’uso della parola

Ho perso il filo… riparto dalle parole. Le mie.

Le parole hanno un valore. Un peso. Un significato. Fermarsi ogni tanto a riflettere sull’uso che ne facciamo sarebbe cosa buona e giusta, invece beviamo come contenitori bucati tutto quello che fagocitano le nostre orecchie. Non esiste più il culto del silenzio, quel luogo mistico da cui tutto ha inizio. Le parole se emergono dal silenzio sono parole distillate e consapevoli, altrimenti vuote e noiose come zanzare che di notte riempiono l’aria.

Vengo al punto e vi invito a riflettere su una delle frasi più di moda degli ultimi trent’anni: “Lotta contro la violenza sulle donne”. Se ci attardiamo un attimo e con sistematica pazienza, poniamo il sintagma sotto una più accurata lente di ingrandimento, ciò che emerge è il contrario esatto di ciò che affermiamo.

La definizione di lòtta, nel suo significato per estensione, recita “qualsiasi combattimento simile, fatto non per gara o esercizio, ma con lo scopo di sopraffare o dominare l’avversario, o (da parte di chi è assalito) per difendersi dall’assalitore (…) qualsiasi vivo contrasto tra persone o tra gruppi di persone che, servendosi dei mezzi più adatti, materiali o no, impegnano tutte le proprie forze per vincersi o eliminarsi a vicenda, per ottenere la vittoria”.

La domanda retorica che mi sorge spontanea e che macina silenziosa ogni volta che ascolto questa frase, è: come è possibile eliminare (e non ho detto contrastare, attenzione!) la violenza se si usa altra violenza? Ciò sta a significare che la violenza è comunque accettabile e uno strumento legittimo e utilizzabile? E cosa cambia allora? Cambia forse il fatto che, se uso la violenza contro un cattivo, resto comunque buono e non divento cattivo?

Singolare punto di vista: dunque ricapitolando, se io sono buono e faccio cose sbagliate, resto buono. No, non credo che funzioni proprio così: se usi la violenza, sei violento, sia se utilizzi la forza, sia se utilizzi le parole. Resti violento. Inoltre, si assume implicitamente che per esserci una lotta c’è bisogno di un avversario, una controparte, un confronto. Siamo forse alla pari, su un campo di battaglia o su un tappeto, con regole condivise e parità di forze o mezzi? No, direi di no. Non è questo il caso. La violenza consumata, in questo caso sulle donne, ma allargherei il concetto più in generale, presuppone che non esistano regole condivise e che non ci sia una equità tra mezzi e forze. La violenza è sempre e comunque uno scontro impari perché è unilaterale. Se due persone decidono di scazzottarsi o di lottare si pongono sullo stesso piano, ma quando la violenza è subita è solo unilaterale.

Non abbiamo un interlocutore in questa argomentazione, la violenza non si debella solo con striscioni e slogan, perché è un avversario subdolo. È invisibile, strisciante, soggiace tra le parole e gli ammiccamenti prima di diventare ferocia omicida, si nutre del silenzio e nel silenzio, nell’oblio, nella paura, nel non-detto. La violenza utilizza strumenti sottili, è un virus di cui non ti accorgi.

Educare è necessario. Educare con gentilezza e umiltà. Educare a concepire il limite, che solo dopo diventerà rispetto dell’altro. Non urlare, non forzare, non giudicare. Com-prendere il seme da dove nasce. Cercare il motivo, arare il terreno dalla colpa, dalla prevaricazione, dall’“ho diritto”, dal “io voglio”, dal “pretendo”, “sei mia”, “tu non capisci”.
L’educazione è cura e ascolto dell’altro che si trasforma in rispetto, in visione, in accudimento.

Le persone violente spesso sono spaventate, e hanno conosciuto violenza nella loro vita. Non è una giustificazione, ma se vogliamo provare a fare qualcosa anche di diverso, bisogna iniziare capendo perché: cosa sta dietro alla violenza? Senza paura di quello che troveremo una volta varcata la soglia dei motivi di chi sceglie di usare la forza.
Lotta contro.. no, la violenza porta violenza, lo scontro genera scontro.

A cosa serve urlare slogan e poi tacere quando una donna viene umiliata in un locale pubblico solo perché ha chiesto di poter cenare al tavolo? È violenza anche l’umiliazione di chi si sente rispondere: “Se sei sola un tavolo non ce l’ho, ma se aspetti dopo mezzanotte, mangiamo insieme”. Questa è maleducazione. Mancanza di rispetto, è una forma di umiliazione. E non siamo sullo stesso piano: ho chiesto un tavolo per mangiare, tu mi hai risposto se fai la brava facciamo sesso.

Questa è violenza. Hai dato per scontato troppe cose: che sono disponibile, che mi piaci, che in fin dei conti potrei anche rimediare una cena gratis. Ho solo chiesto un tavolo, e posso pagare la mia cena.

Questo è quello che dobbiamo educare nel quotidiano. Questo è inaccettabile. La violenza è impari, è sottesa, è strisciante, è compiaciuta e accettata perché non la vedi. È mancanza di rispetto. Ma in questo scontro non ho un avversario dichiarato. È strisciante.

Educhiamoci a capire cosa diciamo. Come lo diciamo, e sopratutto, cosa intendiamo dire. Il primo passo è partire da noi: cosa vogliamo, cosa non siamo più disponibili ad accettare e comunichiamolo.

“Se avessi voluto cenare con te, te lo avrei fatto sapere per tempo. Io voglio solo cenare e sono sola perché l’ho scelto”, questo ho risposto. E lui si è congelato. In piedi in mezzo al locale tra lo stesso “pubblico” che aveva scelto per saziare il suo ego e impormi le sue avances. Ho ristabilito l’equilibrio, serenamente, ma ho tradotto il suo pensiero e poi l’ho neutralizzato.

Insignificante episodio, vero. Ma la violenza è subdola e vive tra la cattiva educazione e la mentalità retrograda. C’è anche bisogno di una buona educazione all’ascolto e all’uso della parola, accanto a tutto il resto.

Tiziana Alma Scalisi

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