L'intervento
|Ok dalla Regione alla caccia all’ibis sacro, insorgono le associazioni ambientaliste
Per Wwf e Waldrappteam Conservation & Research il rischio è di mettere a rischio specie simili per limitare quelle cosiddette aliene
La decisione della Regione Toscana di consentire il prelievo venatorio dell’Ibis sacro su tutto il territorio regionale aperto alla caccia fa discutere e solleva una dura presa di posizione da parte del mondo scientifico e delle associazioni ambientaliste. La delibera n. 842 del 16 luglio 2026 apre alla caccia a questa specie alloctona dal 20 settembre 2026 al 31 gennaio 2027, senza limiti di carniere e con l’obiettivo dichiarato di arrivare all’eradicazione.
Una misura che si scontra frontalmente con le indicazioni fornite dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Sul tema il Wwf interviene per spiegare che “le attività di controllo sulle specie aliene devono essere attuate da personale debitamente formato che garantisca il perseguimento degli obiettivi gestionali definiti nei Piani di gestione nazionali adottati ai sensi del decreto legislativo 230/17. La caccia ha spesso determinato un effetto controproducente nelle attività di contrasto delle specie aliene, portando all’espansione delle specie oggetto di prelievo, complicando o facendo fallire il raggiungimento degli obiettivi gestionali prefissati”.
Il Wwf ha inoltre messo in guardia contro le conseguenze comportamentali e gli impatti diffusi che la pressione venatoria può generare sull’ecosistema: “Il prelievo da parte dei cacciatori così come proposto potrebbe inoltre generare un disturbo diffuso e una disgregazione dei gruppi, incrementando la tendenza di movimenti a lungo raggio, che paradossalmente potrebbe accelerare la colonizzazione da parte della specie aliena di siti nelle regioni confinanti (in particolare meridionali) non ancora invasi. Le esperienze maturate in Francia hanno dimostrato che le campagne di abbattimento intensivo hanno spinto gli ibis sacri a cercare rifugio in nuovi siti, favorendo di fatto la colonizzazione di aree precedentemente non occupate, in contrasto con l’obiettivo gestionale di contenimento della diffusione della specie. Un’attività di prelievo venatorio generalizzata comporta inoltre rischi legati al disturbo diffuso in siti sensibili su specie protette con le quali l’Ibis sacro risulta frequentemente associato, sia nei siti di alimentazione e sosta diurna (anatidi, ardeidi, caradriformi, rallidi) sia nei siti di aggregazione notturna”.
Particolarmente critico è poi il rischio di scambiare l’Ibis sacro con altre specie protette che popolano le medesime aree umide, a partire dal Mignattaio e dall’Ibis eremita, quest’ultimo al centro di un delicato e pluriennale progetto internazionale di reintroduzione coordinato dal team di ricerca Waldrappteam. Ispra evidenzia infatti come “non possano infine essere esclusi i rischi di abbattimenti involontari di specie protette look-alike – quali l’Ibis eremita (Geronticus eremita) o l’Ibis mignattaio (Plegadis falcinellus) – le cui sagome in volo, soprattutto in condizioni di scarsa luce (alba o tramonto), possono risultare pressoché indistinguibili a personale non esperto”.
Sulla vicenda sono scesi in campo sia il Wwf che lo stesso team del progetto europeo. Johannes Fritz, direttore di Waldrappteam Conservation & Research, esprime viva preoccupazione per la tutela degli esemplari reintrodotti: “La popolazione di Ibis eremita è sottoposta ad un monitoraggio Gps completo da più di dieci anni, rendendola un importante indicatore delle minacce di origine antropica che spesso rimangono non rilevate in altre specie di uccelli minacciate. Il coinvolgimento di cacciatori abilitati in molti episodi di abbattimenti illegali di Ibis eremita dimostra che il possesso di una licenza di caccia non garantisce una corretta identificazione delle specie. Sono profondamente preoccupato che la caccia intensiva all’Ibis sacro possa quindi causare ulteriori perdite evitabili nella nostra popolazione di Ibis eremita. Per una popolazione reintrodotta ancora vulnerabile, qualsiasi ulteriore rischio di abbattimento rappresenta una seria preoccupazione».
A rincarare la dose è Angela Di Pumpo, responsabile della campagna anti-bracconaggio per la protezione dell’Ibis eremita in Italia, che solleva perplessità sulla reale efficacia e proporzionalità del provvedimento: “Non mettiamo in discussione la necessità di gestire la presenza dell’Ibis sacro. Tuttavia, nutriamo seri dubbi sul fatto che un regime di caccia esteso all’intero territorio regionale e privo di limiti al numero di abbattimenti rappresenti uno strumento appropriato e proporzionato per farlo”.


