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Duplice omicidio a Pieve di Camaiore, Piero Moriconi si avvale della facoltà di non rispondere: resta in carcere

La pm Elena Leone gli ha contestato l’omicidio plurimo aggravato dalla premeditazione e dei motivi futili. Nominerà un difensore di fiducia

Si è avvalso della facoltà di non rispondere Piero Moriconi, il muratore di 63 anni che nella sua abitazione a Pieve di Camaiore ha stroncato la vita della moglie Kety e del figlio Mirko, colpendoli a morte con il suo fucile da caccia con più colpi di arma da fuoco.

L’uomo, rinchiuso nel carcere di San Giorgio a Lucca, è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Raffaella Poggi per l’interrogatorio di garanzia. Un’udienza lampo, durata poco più di trenta minuti, utile soltanto per registrare il silenzio dell’indagato e la sua intenzione di nominare un legale di fiducia, che subentrerà all’avvocato d’ufficio Giacomo Fabbri, il quale ha assistito l’artigiano in queste primissime e concitate fasi successive al fermo.

Il gip Poggi ha convalidato l’arresto del 63enne, accogliendo in toto le richieste avanzate dal sostituto procuratore Elena Leone ed emettendo contestualmente un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Nel provvedimento restrittivo sono state formalizzate accuse pesantissime: l’omicidio plurimo risulta infatti gravato non solo dal vincolo di parentela con le vittime, ma anche dalle aggravanti dei motivi abbietti e futili e della premeditazione. Quest’ultimo aspetto rappresenta il pilastro dell’impianto accusatorio coordinato dalla procura di Lucca. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Moriconi avrebbe covato il disegno criminoso già da diversi giorni, esasperato da una situazione familiare che riteneva ormai insostenibile e manifestando l’intenzione di ‘liberarsi’ del figlio. Ai carabinieri l’uomo avrebbe infatti descritto Mirko come un soggetto violento, che avanzava continue richieste di denaro e con alle spalle una scia di problemi legati alla tossicodipendenza e all’alcolismo.

Il dramma si sarebbe consumato anche sull’onda del terrore dell’isolamento e di un profondo rifiuto personale. Il 63enne ha confidato agli investigatori la paura che la moglie potesse abbandonarlo a se stesso, lasciandolo da solo a gestire il figlio, con il quale i litigi erano quotidiani e durante i quali la donna, a dire del muratore, prendeva sempre le parti del ragazzo.

A esasperare ulteriormente le tensioni domestiche e a delineare l’aggravante dei motivi futili e abbietti contestata dalla pm Leone, sarebbe stata anche l’omosessualità del giovane Mirko: una realtà che il padre non aveva mai accettato e che, per sua stessa ammissione, gli provocava un profondo stato di ansia.