Calci e pugni al bracciante perché ‘troppo lento’: si apre il processo
Il lavoratore pakistano, impiegato nelle campagne di Grosseto per 5 euro l’ora, è stato supportato dalla Flai Cgil
Paghe da fame, minacce ai familiari lontani e, per chi non teneva il ritmo, la violenza brutale dei calci e dei pugni. È un quadro di schiavitù moderna quello che approda nell’aula del tribunale di Grosseto, dove il prossimo lunedì (16 febbraio) si aprirà l’udienza preliminare per un presunto giro di caporalato che ha trasformato le campagne tra la Maremma e il senese in un inferno di sfruttamento. Sotto accusa sei cittadini pakistani, accusati dal pm Mauro Lavra di aver messo in piedi un sistema criminale di reclutamento di braccianti, basato sul terrore e sul ricatto.
I fatti, risalenti al 2022, si concentrano in particolare in una proprietà a Paganico. Qui, secondo le indagini del Nucleo Carabinieri ispettorato del lavoro, i caporali agivano come aguzzini: si posizionavano ai lati opposti del campo e urlavano insulti in lingua urdu, minacciando percosse per ogni minima ‘lentezza’ nel potare o zappare. A rompere il muro dell’omertà è stato un lavoratore pakistano, che dopo essere stato massacrato di botte il 29 agosto 2022 — riportando la frattura delle ossa nasali e un trauma cranico — ha trovato il coraggio, sostenuto dalla Flai Cgil, di denunciare tutto. Una scelta coraggiosa, visti i ricatti dei caporali che minacciavano ritorsioni contro le famiglie dei lavoratori rimaste in Pakistan.
Il meccanismo svelato dagli inquirenti era oliato e cinico: ditte agricole intestate a prestanome che venivano chiuse ogni due anni per eludere i controlli fiscali e contributivi. Dietro queste scatole vuote, però, c’era la realtà durissima dei campi tra Cinigiano, Montalcino, Albinia e Gavorrano. I braccianti erano costretti a turni estenuanti, fino a 15 ore al giorno in estate (dalle 5 del mattino alle 20), senza ferie, né riposi settimanali o permessi per malattia. Il tutto per una paga in nero di appena 5 euro l’ora.
Ora spetterà al Gup decidere sul rinvio a giudizio per i sei indagati, mentre cinque operai, tutti connazionali degli aguzzini, si sono costituiti parte offesa.
Un processo che non riguarda solo la cronaca giudiziaria, ma che solleva il velo su una ferita aperta nel settore agricolo toscano, dove la qualità dei prodotti d’eccellenza stride dolorosamente con le condizioni di chi, quei prodotti, li raccoglie tra minacce e violenze.


