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Imprenditore condannato per sfruttamento e razzismo sul lavoro, la Procura: “Caso emblematico”

La Giustizia ferma l’orrore anche grazie alle varie testimonianze

Turni di lavoro fino a nove ore al giorno, contratti part-time fittizi, nessuna tutela in caso di malattia o ferie, e stipendi da 600 a 700 euro al mese, del tutto insufficienti a garantire una vita dignitosa. È lo scenario emerso da un’inchiesta coordinata dalla Procura di Prato che ha portato alla condanna per sfruttamento lavorativo,  di Gennaro Iacomino, imprenditore italiano di origini campane, attivo nel settore del riciclo di abiti usati.

A insospettire le autorità non è stata solo la gravità delle condizioni lavorative, purtroppo già note in altri contesti del distretto tessile, ma il profilo del datore di lavoro: a differenza di molti casi simili – spesso legati a imprese gestite da cittadini cinesi – qui a guidare l’attività era un italiano. Un elemento che, come ha sottolineato il Procuratore Capo di Prato, dottor Luca Tescaroli,  rende questo caso “emblematico e pone l’accento su un fenomeno ben più ampio e trasversale di quanto spesso si creda.

I lavoratori coinvolti, in gran parte di origine nordafricana, non solo venivano sfruttati economicamente, ma erano oggetto di una vera e propria discriminazione. Il giudice ha parlato di un “trattamento differenziato per ragioni etniche: gli operai venivano isolati dal resto dei dipendenti, scherniti, umiliati, e in alcuni casi persino minacciati, per intimidire e scoraggiare qualsiasi forma di ribellione.

La sentenza del Tribunale di Prato ha inflitto a Iacomino due anni di reclusione, oltre a pene accessorie che limitano i suoi rapporti con la pubblica amministrazione, a conferma della gravità delle violazioni commesse. Sono stati invece assolti alcuni suoi familiari, inizialmente coinvolti nel processo, per i quali non sono emersi elementi di responsabilità diretta.

A innescare l’indagine è stato il coraggio di alcuni lavoratori, che hanno trovato la forza di denunciare, rompendo il silenzio e mettendo in moto la macchina della giustizia. Le loro testimonianze si sono rivelate decisive nel ricostruire la quotidianità infernale imposta nelle due aziende gestite da Iacomino.

Secondo la Procura, il caso getta nuova luce su un settore, quello del riciclo tessile, dove le infiltrazioni della criminalità organizzata, in particolare camorristica, non sono affatto rare. Una realtà che aggrava ulteriormente il quadro di illegalità, sfruttamento e degrado sociale che si annida in alcune zone grigie del comparto produttivo.

Un caso, questo, che mette a nudo non solo lo sfruttamento economico, ma anche l’uso sistematico dell’intimidazione e del razzismo come strumenti di controllo e dominio.