La mafia cinese
|Una bara di legno e un’auto fatta esplodere: scacco al racket del sesso, 6 arresti
Indagine della Mobile, coordinata dalla Procura di Prato
Una bara di legno, con tanto di foto del “bersaglio” sulla cornice, collocata davanti all’ingresso di un hotel. E, poco lontano, l’auto della vittima data alle fiamme e fatta esplodere.
È la scena agghiacciante al centro di un’indagine che ha svelato una faida brutale per il controllo del mercato della prostituzione cinese a Prato. Dopo otto mesi di indagini, su richiesta della Procura, il Gip ha disposto sei custodie cautelari in carcere.
L’inquietante episodio risale al 1 ottobre dello scorso anno quando, intorno alle 23,30, una Hyundai intestata al cittadino cinese Hui Chen — formalmente titolare della “Pelletteria di Simone” a Campi Bisenzio — è stata incendiata in viale della Repubblica. Poco dopo, davanti al Wall Art ApartmentHotel, dove Chen soggiornava, è comparsa una bara con la sua foto: un gesto platealmente intimidatorio che il giudice per le Indagini preliminari ha definito di “fortissimo valore minaccioso”.
Il contesto: una guerra per il racket del sesso
Secondo il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, l’episodio si inserisce in una contesa feroce tra due organizzazioni criminali rivali per il dominio sulla prostituzione cinese in città. Hui Chen — che è stato destinatario a sua volta di una misura cautelare per sfruttamento della prostituzione — era considerato fino a poco tempo fa il “padrone” del mercato locale. Ma un gruppo di suoi ex sottoposti, guidati da Haije Hu (alias “Cris”), si è ribellato dando vita a una nuova rete criminale autonoma.
Le misure cautelari colpiscono Haije Hu, ritenuto ideatore e mandante dell’intimidazione, un italiano di origini calabresi e un cittadino pakistano — indicati come esecutori materiali — e altri tre cittadini cinesi provenienti dal Fujian. Le accuse principali sono tentata estorsione e sfruttamento aggravato della prostituzione, che coinvolgeva anche giovani giapponesi e si sarebbe svolto proprio all’interno del residence teatro della minaccia.
Una criminalità transnazionale e multietnica
L’indagine — coordinata dalla Squadra Mobile di Prato — ha rivelato uno scenario criminale trasnazionale, dove i confini etnici si dissolvono nell’interesse del business illecito. Le organizzazioni cinesi hanno dimostrato la capacità di consorziarsi con gruppi criminali italiani e pakistani, in una logica di efficienza, comando e profitto, assai lontana dall’isolamento che caratterizza normalmente la comunità cinese sul piano economico-legale.
Colpisce anche l’atteggiamento della vittima dell’intimidazione, Hui Chen: secondo gli inquirenti, le sue dichiarazioni sono state omertose, contraddittorie e inficiate dal timore delle conseguenze interne al mondo criminale.
Il futuro del processo
Il procedimento penale proseguirà nelle forme previste, con l’esame delle risultanze da parte del giudice, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza: la responsabilità penale potrà essere affermata solo con una sentenza definitiva. Resta, però, il quadro inquietante di una guerra tra clan che ha trasformato Prato in un teatro di minacce da far west e di violenza organizzata.


