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Lucchese di 44 anni in carcere in regime di 41 bis: respinto il ricorso contro la proroga del provvedimento

Domenico Bellocco è dentro per traffico internazionale di stupefacenti. Monito della Dia e della Fondazione Caponnetto sulla presenza in Lucchesia di potenti clan di 'ndrangheta

L’ombra delle cosche della ‘ndrangheta calabrese sulla Lucchesia.

Già nelle relazioni annuali della Dia gli investigatori ormai da anni sottolineano la presenza di boss e ‘picciotti’ dei potenti clan calabresi a Lucca e in provincia e di recente il dossier della Fondazione Antonino Caponnetto ha rimarcato alcuni dati emersi da indagini e processi degli ultimi anni.

L’ennesima riprova è rappresentata da una recente pronuncia degli ermellini. La suprema corte di Cassazione, infatti, il 23 settembre scorso, con motivazioni pubblicate oggi (8 novembre), ha respinto il ricorso di un lucchese di 44 anni in carcere in regime di 41 bis, per traffico internazionale di stupefacenti, aggravato dal metodo mafioso, e porto d’armi abusivo, oltre che dal fatto di aver commesso i reati durante un periodo di latitanza.

L’uomo, classe 1977, si chiama Domenico Bellocco e dagli inquirenti è considerato uno degli affiliati principali della potente cosca di ‘ndrangheta che porta il suo stesso cognome. L’uomo, nato a Lucca, aveva proposto ricorso contro il decreto ministeriale di proroga per anni due del regime detentivo speciale, il 41 bis. Il report 2021 della Fondazione Caponnetto aveva sottolineato la presenza in provincia di Lucca dei clan della camorra Cozzolino, Giuliano e Misso, mentre la ‘ndrangheta è presente con le famiglie Mancuso, Bellocco, Raso (‘ndrina Albanese), Alvaro e Nirta. I Bellocco e gli Alvaro in particolare tra gi anni Settanta e Ottanta hanno “fatto nascere” e sposare alcuni loro parenti e affiliati proprio a Lucca. Nel finale del dossier della Fondazione infatti si legge: “Nella provincia di Lucca sussiste una situazione grave ed assolutamente da non sottovalutare. È una delle province toscane con gli indici di rischio più alto. La pervasività mafiosa e criminale desta preoccupazione e riguarda tutti i settori merceologici e gli appalti pubblici”.

I clan Bellocco e Alvaro

La ‘ndrina calabrese Bellocco di Rosarno è, senza alcun dubbio, stando ai resoconti della Dia, una delle famiglie criminali più antiche, pericolose e potenti della ‘ndrangheta, coinvolta nei più importanti processi negli ultimi quarant’anni, da sempre molto attiva nel narcotraffico, nel traffico di armi, nelle estorsioni e nel controllo delle attività commerciali e imprenditoriali, pubbliche e private. Negli anni il potente e feroce clan di Rosarno ha rafforzato le sue proiezioni nel centro nord, con una significativa presenza nella capitale ed una massiccia ramificazione in Toscana e Liguria, secondo gli inquirenti, per gestire diversi business, e hanno collegamenti con la criminalità, austriaca, greca, libanese, tedesca e francese. ed è anche questa una delle caratteristiche e peculiarità di uno dei più potenti clan della ‘ndrangheta. Anche quello degli Alvaro è uno dei casati di ‘ndrangheta storici e fra i più potenti in Calabria e non solo. Quella degli Alvaro è una vera e propria dinastia mafiosa ai più alti livelli dell’intera organizzazione criminale calabrese. La loro ascesa inizia nel 1945 dopo una faida. Hanno propaggini anche in Australia, ad Adelaide, Canberra e a Sydney, dove è la cosca più potente attualmente in azione sul territorio.

Il monito finale della relazione della Dia per quanto riguarda la Toscana

“Il ricco tessuto socio-economico toscano – così la relazione della Dia in Toscana – alimenta gli interessi delle consorterie criminali che indirizzando le attività illecite su quel territorio riescono a penetrare i floridi settori dell’economia legale per il reinvestimento delle liquidità di illecita provenienza. Sebbene, infatti, le mafie non esprimano nella regione uno stabile radicamento territoriale la Toscana si conferma come una delle aree privilegiate per attività di riciclaggio e più in generale per la realizzazione di reati economico-finanziari su larga scala. I preoccupanti segnali di pervasività criminale potrebbero assumere una configurazione di più ampia portata alla luce dell’attuale emergenza sanitaria che ha creato particolari condizioni di vulnerabilità, disoccupazione e crisi di liquidità tanto da costituire terreno fertile per il cosiddetto welfare criminale di prossimità pericolosamente subdolo al pari della pandemia”.

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