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Pantaleoni parla dopo 106 giorni di carcere: “Sono andato e tornato dall’inferno, ma non ho perso la fiducia”

L'ispettore della Polstrada ribadisce la sua innocenza: "L'accusa che mi ha fatto peggio è stata quella di corruzione"

La vicenda di Gianluca Pantaleoni, l’ispettore lucchese della Polstrada, ex comandante ad interim a Viareggio e sindacalista, arrestato dalla squadra mobile di Pistoia, e ora sotto processo con una serie di accuse, che vanno dal peculato, alla truffa allo Stato e alla circonvenzione di incapace, è ormai nota. 

Essendo ormai libero dagli arresti, adesso Pantaleoni fornisce la sua versione sui fatti.

Quasi due anni in stato di arresto, veramente tanti per una misura cautelare, prima in carcere a Pistoia e Sollicciano poi ai domiciliari e con il divieto di comunicazione, oggi finalmente uno spiraglio di libertà con obbligo di dimora nel comune di domicilio ma soprattutto la possibilità di parlare.

“Per la precisione – spiega  –  sono 106 giorni di carcere peraltro molti trascorsi anche in isolamento ma non come punito, come poliziotto da proteggere. Altri 485 giorni agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e divieto assoluto di comunicazione con altre persone”

“Non intendo assolutamente eccepire dal punto di vista critico la lunghezza di questa misura cautelare  – precisa – anzi è stata la mia garanzia per tutte quelle prove che al contrario della pubblica accusa le ritengo a mio favore e che non devono essere assolutamente inquinate nemmeno dal dubbio di una mia ipotetica ingerenza”.

“Ciò che invece mi ha profondamente amareggiato – aggiunge – è che non sono bastati 31 anni di onorato servizio in polizia e l’essere incensurato per consentirmi almeno quel minimo di fiducia e risparmiare, non a me, allo stato ed ai cittadini i costi notevoli di un braccialetto elettronico, parificati oggi a 115 euro al giorno. Quante migliaia di euro per un ispettore di polizia che non ha assolutamente intenzione di fuggire, che rinuncia ai riti alternativi per un dibattimento e che professa il medesimo interesse della procura ovvero conservare l’integralità delle prove”.

“Oggi posso parlare – prosegue –  è vero ed avrei molto da dire dopo aver solamente ascoltato senza poter rispondere alle illazioni mosse ma la correttezza mi porta a chiedere venia anche ai tuoi lettori ed attendere ancora il mio giusto momento per farlo prima con ossequio nell’aula del tribunale. Non solo se è pur vero che durante tutta la fase del dibattimento avevo la possibilità di intervenire con le mie dichiarazioni spontanee, ho evitato che la mia replica potesse essere recepita come un interloquire, aspetto il mio turno per poter parlare e depositare le mie carte. La pubblica accusa non è depositaria della verità dei fatti ma tale uscirà da un giusto confronto con me quale imputato ed il mio difensore”.

Il tuo difensore l’avvocato Giovanni Cantelli “un guru” del foro di Napoli Nord, come è maturata questa sua nomina?

“Me lo hanno consigliato amici – risponde Pantaleoni – quelli  mi conoscono bene e che hanno creduto subito nella mia innocenza e con cuore non hanno perso tempo. Oggi quell’amore vero ha già fatto e continuerà a fare la differenza”.

Risulta ormai noto che ti sei professato innocente respingendo tutti i capi d’accusa, se possibile almeno una chiarificazione anche generica su questa ordinanza cautelare.

“Rifacendomi cronologicamente alla vicenda giudiziaria, per quanto possa sembrare incredibile, ho cominciato a studiare il mio caso al contrario, ovvero sono partito dai “reati satelliti” – spiega – per anteporre le proprie valutazioni e discostarmi, dover concludere poi con rammarico le considerazioni finali che hanno circostanziato i reati più gravi, trasecolato non per quello che avrei fatto, ma per quello che non ho mai fatto. Tutte le accuse non mi appartengono e talune a mio avviso sono prive anche di riscontri oggettivi ma quella che più mi ha ferito profondamente è stata la corruzione e l’aver tradito la mia divisa ed i miei colleghi ( tra le acccuse, infatti, c’è anche quella di aver fornito a malavitosi le targhe delle auto civetta della questura di Pistoia, ndr)”. E’ un reato scaturito da due singole e brevi intercettazioni, per la verità la polizia giudiziaria individua tre circostanze del medesimo reato e tre soggetti, poi la stessa procura riterrà di ascrivere il reato solo per due di questi oggi con me coimputati.. Il primo risulta essere un confidente che mi ha permesso di conseguire una brillante operazione di polizia giudiziaria, il secondo un pregiudicato in affitto nel medesimo edificio del proprietario nonché amico carabiniere. In entrambi i casi ho respinto diplomaticamente le richieste fuori luogo e comuni per tali soggetti verso gli appartenenti alle forze di polizia, il tutto con diplomazia in un neologismo metasemantico che presumibilmente ha cagionato un pensiero manicheo negli stessi operatori di polizia giudiziaria. Di fatto ho già stigmatizzato anche in interrogatorio le accuse mosse, non ho mai tradito la polizia di Stato ed i miei colleghi favorendo la malavita nelle loro promesse e/o illecite richieste. Non ho mai esperito personalmente ne fatto fare a subalterni accertamenti investigativi Sdi se non quelli ascritti e relazionati per motivi di servizio e che risultano individuabili. La stessa procura ha delegato specifiche indagini verso la squadra mobile di Pistoia non riscontrando nulla di quanto ipoteticamente supposto e precedentemente scritto dagli stessi investigatori nelle loro comunicazioni di reato”.

Se fossi stato in malafede – precisa  – in 31 anni di servizio sulla strada, avrei potuto dare seguito a numerosi messaggi subliminali di autotrasportatori ed altri trasgressori, essermi appropriato indebitamente di tanti soldi rinvenuti negli incidenti stradali, nelle scarpate e nei fossi e sempre riconsegnati ai legittimi proprietari rimasti feriti. Ancor di più quale comandante del distaccamento di Viareggio non è mai capitato che qualcuno avesse da protestare in merito alla correttezza delle operazioni di servizio da me effettuate. Ho eseguito molte attività connesse alle proprie funzioni non limitandomi solamente ai conducenti dei veicoli ed ai trasgressori del codice della strada ma ho anche controllato e sanzionato gli stessi locali dove brulica il benessere facendoli temporaneamente chiudere per aver dato da bere gli alcolici fuori orario. Non di meno è venuta la mia attività di polizia giudiziaria peraltro anche su di me delegata dagli stessi magistrati, in una zona calda come Viareggio e in cui la stradale compete sull’intero versante litorale da Marina di Pisa a Marina di Massa compreso Forte dei Marmi. Ho sempre ottemperato anche con soddisfazione per tutta l’attività espletata riportando fedelmente all’autorità giudiziaria. Avrei potuto venir meno anche in assenza di un controllo diretto allorquando più volte ho ritrovato personalmente e anche libero dal servizio portafogli contenenti soldi che ho sempre restituito ai legittimi proprietari, peraltro in un caso 7500 euro riconsegnati personalmente ad un rappresentante di preziosi”

Come hai vissuto l’arresto, il carcere?

“Immagina da poliziotto a carcerato – spiega Gianluca – in uno stato italiano che si professa maggiormente civile ma di fatto condannato dalla corte di strasburgo per il trattamento inumano nelle carceri. L’esperienza più tragica della mia vita ma allo stesso tempo credimi la più bella. Un viaggio di andata e ritorno all’inferno che mi ha permesso di capire la sofferenza umana in un sistema detentivo che non adempie soddisfacentemente, per usare un eufemismo, a quei principi sui quali istituzionalmente è basato, un inferno in terra per chi vi passa attraverso. Tanto meglio penseranno in molti, ma togliere la dignità e l’umanità non significa far comprendere la gravità di un gesto criminale. Impedire la libertà personale non significa impedire la libertà di movimento, e noi crediamo di essere liberi pensando ad un inciviltà in un mondo che non ci appartiene e di persone distanti quando non molto lontano da noi e dalle nostre case vengono violati tutti quei principi relativi alla dignità e all’umanità, senza dimenticare che spesso le vittime di queste violazioni sono anche innocenti”.

 Hai pianto?

“Si Letizia – risponde –  anche i poliziotti piangono ed in carcere un poliziotto piange due volte quando entra e quando esce”.

 

 

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